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Vincenzo Martinelli, fotografo dell’abbandono e del silenzio

Tra Basilicata e Campania ci sono luoghi che da abbandonati sono diventati emblemi dell’abbandono. 

Si vuole per calamità, si vuole per l’inevitabile processo migratorio. 

Quartieri e paesi interi aleggiano in un silenzio antropico che possono e devono costituire un nuovo oggetto di indagine, sia esso sociologico o artistico. 

Allora come rappresentare tutto questo? Come cristallizzare ulteriormente ciò che già vive in una condizione fossilizzata e – grosso modo – inalterata?

Vincenzo Martinelli, artista della fotografia nato a Potenza nel 1987, ha tentato di produrre un nuovo linguaggio. 

Affascinato dalla presenza-assenza dell’uomo, suggestionato dall’immobilismo di certi luoghi che un tempo vivevano la dinamicità del quotidiano, Martinelli può essere definito un ‘fotografo dell’abbandono’. 

Vincenzo Martinelli, ‘Quei pomeriggi d’autunno passati a giocare insieme

La sua è una condizione prettamente investigativa: non è soltanto il restituire un documento storico attraverso la carta fotografica, ma è soprattutto sforzarsi di elaborare quel processo mentale – più o meno fantastico – che spinge l’osservatore a domandarsi sulla preesistenza.

Caducità, memento mori, naturale processo di nascita, crescita, invecchiamento e morte. Uomo e natura, spazio e cemento, tutto per Martinelli ha un destino comune. 

I suoi scatti giocano sull’emotività, su un tipo di inquietudine non dissimile dai racconti del terrore. Le sue fotografie sono talmente calate nel contesto da diventare straordinariamente tridimensionali e chi osserva non può esimersi dal coinvolgimento, fisico e mentale.

La cromia vibra di una luce naturale tagliente e sospesa, così glaciale anche nelle tonalità calde. Come un fascio fotonico che invade stanze a lungo dimenticate, o una giornata d’inverno che fatica a destarsi nel cuore e nei passi. 

Vincenzo Martinelli, ‘Ma ricorda anche tu…

Ma c’è di più: Martinelli è il ‘fotografo del silenzio’, ma di un silenzio latente, appena creatosi dopo un improvviso trambusto. 

È tutto appena successo, è il momentum interrotto e non del tutto risolto. Il triciclo in mezzo alla stanza, il foglio di giornale sul gradino della scala, una fotografia d’epoca sul tavolino impolverato. Ogni singolo oggetto, scoperto per caso, si carica di un simbolismo che ha la straordinaria capacità di essere personalizzato, a seconda delle corde emotive di chi guarda. 

Sicché anche i titoli-didascalie contribuiscono a ricreare l’atmosfera nebbiosa e ovattata dell’abbandono. ‘Ma ricorda anche tu…‘ piuttosto che ‘Il tempo che ci travolge‘, funzionano come ammonimenti ed echi misti, perduti nel tempo. 

Quello che il cinema ha più volte elaborato, ora è visibile e tangibile nell’arte di Martinelli, ‘fotografo dell’abbandono e del silenzio’. 

Vincenzo Martinelli, ‘Decorazioni D’assenza

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