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Vincenza Telesca ridà voce all’Espressionismo. E ci riesce

Non si sceglie di essere artisti. Lo si è dalla nascita. 

Certo ha i suoi tempi di gestazione, di sviluppo, di presa di coscienza. Ma è qualcosa che si sedimenta tra i geni e la successiva esperienza.

Comunicare qualcosa è la conditio sine qua non? Sì e no. 

Piuttosto è il come si sceglie di comunicare. Perché talvolta neppure la mente vigile è in grado di razionalizzare quella componente inconscia che detta legge su ciò che è eversivo e visionario. Piuttosto avviene in un secondo momento, o non avviene affatto.

Vincenza Telesca, artista lucana di Melfi, parla da naif e comunica da espressionista tedesca. 

Quasi una scissione tra creatore e creatura, che si evolvono in due opposti difficilmente conciliabili.

Eppure sono lì, tra la creta e l’acrilico. 

Con un punto di partenza: la maschera, soprattutto africana. Dopo l’Accademia delle Belle Arti di Foggia – e una dissertazione sui manifesti pubblicitari – Vincenza Telesca sceglie di seguire quelle febbrili suggestioni maturate negli anni di studio.

Modellare con le proprie mani un prodotto scultoreo, con la consistenza tattile del Primitivismo. Nascono così facce monolitiche, carnose. 

Delle mame africane, investite del ruolo di genitrici universali. Una maternità sperimentale e sperimentata, tant’è che dopo la nascita della sua primogenita si lascia andare a sculture femminili in stato interessante. 

Maternità, femminilità. Se nelle sculture questo dato sessuale è presente ma volendo anche latente, nella pittura non conosce rivali. 

Ed è qui che Vincenza Telesca ridà voce all’Espressionismo, quello tedesco, per l’esattezza Die Brücke. 

Calcando fino a rendere densa la materia pittorica, restituisce ritratti di una vibrante emotività, e fa venire il desiderio di tornare alle Esposizioni di una volta.

Quello che racconta è uno stile Kirchner o Heckel al femminile. 

Ma senza mai cadere nella riproduzione fine a se stessa: ovunque si respira aria di Vincenza Telesca. 

I colori teutonici si mescolano su supporti di ogni genere: tela, cartone, fogli, ritagli, vecchi dipinti a loro volta ridipinti. Un riutilizzo anche questo naif

Come è naif la scelta di non dare titoli alle opere. 

Alla fine tutto torna. Perché se da un lato l’Espressionismo si chiama Die Brücke e trova esegesi nei dipinti, dall’altro emerge quel Primitivismo di Gauguin che scaturisce dalla materia scultorea.

Tra i maestri indiscussi, dichiarati e rintracciabili un po’ ovunque, Picasso e Modigliani. Le facce scomposte, le forme allungate, gli occhi a bottone e il cromatismo acceso, sono ripercussioni di un’influenza risultata fatale. 

Negli ultimi tempi si sta insinuando un linguaggio decisamente “Pop” – forse reminiscenze dei manifesti pubblicitari discussi in Accademia – e che guardano sia alla cinematografia di Tim Burton che alle suggestioni di Lichtenstein e Haring.

In altri disegni si scorge finanche Beardsley e le sue erotiche e inquietanti donne-Salomè. 

Donne, per l’appunto.

È di questi giorni la partecipazione di Vincenza Telesca alla collettiva d’arte contemporanea “Finestre sull’arte”, in programma fino al 26 ottobre 2018 a Palazzo Saluzzo di Genova e a cura di Loredana Trestin.

Vale la pena buttare un occhio, perché le sue opere più che decantate necessitano di essere vissute fisicamente.

È possibile inoltre seguire e contattare l’artista seguendo il suo profilo Instagram “Artvincenza“.

C’è insomma voglia di tornare a scommettere sull’arte genitrice: Vincenza Telesca ne è un fulgido esempio. 

Avant-garde!

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