Raffaele Pecci e la Non-figurazione

«È nella natura stessa delle forze creative di trovare una forma che permetta di ricevere indicazioni riguardo a strade nuove e strutture nello spazio». Malevič ben si presta nel definire l’arte di Raffaele Pecci, artista romano che dopo le prime mosse presso Romeo Mesisca, allievo del Guttuso, ha intrapreso un cammino di sovversione dell’arte e soprattutto dell’indagine artistica.

Sono due i sistemi entro i quali confluisce la creatività di Pecci: le tele di “Sistema Emozione” e gli attuali “Momenti”.

Quando Raffaele Pecci concepisce “Sistema Emozione” è il 2015. Tutto si struttura attorno a un incipit che chiarisce in poche parole lo scopo della ricerca: «Descrivimi un’emozione, scegli almeno tre colori e io realizzerò il ritratto di tale emozione». La tela si trasforma in un sudario cromatico, l’artista è è un mezzo di passaggio tra il fruitore e il suo alter ego. 

L’opera pittorica è un’istantanea di vita fisica, graffiata, cicatrizzata (Empty, 2016), una consistenza materica urlata alla Francis Bacon nel suo Velásquez reinterpretato (H.P., 2014), un disturbo del segnale dell’apparecchio televisivo (I’m not there, 2016). Lo spazio, seppur apparentemente circoscritto dalla geometria della tela e dal cromatismo netto e scarno, in qualche modo riesce a superare il confine e a proiettarsi oltre. A volte è borderline (LTM, 2015), altre volte è dirompente (Birth, 2015).

Birth, 2015.

Ne Lo spirituale nell’arte, Kandinskij stabilisce un nesso indissolubile tra l’opera d’arte e la componente emotiva, arrivando a celebrare la forza psichica del colore, quella che in fin dei conti fa emozionare. Pecci appoggia Kandinskij e strizza l’occhio a Max Lüscher quando afferma che è possibile conoscere lo stato psicofisico di una persona in base alle sue preferenze cromatiche.

Emozioni universali e trasversali, linguaggio verbale e linguaggio del colore, confine strutturale e conseguente superamento verso la non figurazione.

Empty, 2016.

A questo punto Pecci approda ai “Momenti”. Le tele non sono più sufficienti a contenere la linea di analisi, pertanto vengono superate da strutture tridimensionali. Succede insomma quello che scriveva Malevič: è tempo di individuare una nuova forma espressiva.

Alla base c’è il processo creativo e la sua dissezione in fasi, secondo la teoria elaborata da Wassel che individua quattro momenti: preparazione, incubazione, illuminazione e verifica.

Ciascuna fase rappresenta un segmento della ricerca. Una ricerca che non si esaurisce solo nella fase di realizzazione dell’opera ma che si alimenta in un prima e in un dopo, si trasferisce finanche nella struttura successiva, in una sorta di continuum spaziotemporale ed emotivo dove non è facile – forse intenzionalmente – tentare un’esegesi.

Sono dunque Momenti che chiamano in causa il processo evolutivo, il momento di forza. Ma “momento” è anche “movimento”, inteso sia fisicamente che nell’accezione filosofica di “divenire”: è la sommatoria di spazio e tempo, di struttura e processo, ed è quello che produce cambiamento.

Ciò che in “Sistema Emozione” era ancora allo stato di larva, ingabbiato in una superficie piatta con lievi sussulti tattili, ma che inglobava come imperativo categorico il colore, nei Momenti esplode in una tridimensionalità straniante e febbricitante, in cui il nero si fa contenitore di un processo mentale complesso necessario alla realizzazione dell’opera. Insieme al nero compaiono di frequente il bianco e il rosso: una triade protostorica, archetipica, antropologicamente avvincente.

Momento n°19, 2016.

Nella fase costruttiva, il legno rappresenta lo scheletro, di reminiscenza familiare (suo padre era falegname). Ad esso si aggiungono altri materiali come l’acciaio. In Momento n°19 (2016) Pecci arriva alla constatazione che una struttura realizzata unicamente in legno non è sufficiente perché sono diverse le variabili esterne che potrebbero dichiarare guerra alla struttura e invalidare la ricerca. Le barre di acciaio servono a ricordare la forza che ci vuole nel portare avanti le proprie convinzioni e allo stesso tempo non permettono alla struttura – e all’artista – di avere dei cedimenti.

Momento n°21, 2016.

Ma in Momento n°21 (2017) fa la sua comparsa il rame, il primo metallo utilizzato dall’uomo. Un rame-specchio che costringe all’introspezione tra pezzi di cotone e una cornice corvina e industriale, un’autoanalisi di difficile risoluzione insidiata dal tempus fugit. Quanto occorre per individuare la propria forma espressiva? Intanto il rame deperisce, si ossida. E questo conduce all’altro, complesso, intento di Pecci: rappresentare il movimento nel momento. Non un movimento cinetico come in Calder, piuttosto il lento ma inesorabile processo di decadimento della materia che lascia segni nel suo apparente immobilismo. Non una pellicola cinematografica ma l’intuizione di un relativismo spaziotemporale.

Il sistema fin qui elaborato ruota attorno a una struttura geometrica alla quale Pecci mostra devozione assoluta e fusione totale. Si tratta del quadrato – e della sua proiezione cubica. Riecheggiano le teorie del Suprematismo di Malevič quando rivendica con orgoglio la supremazia della sensibilità nell’arte, dell’espressione pura senza rappresentazione. Il quadrato è intuizione, il cubo la cassa di risonanza del processo creativo. Il quadrato cambia aspetto per giungere a nuove, convulse, perturbanti non-figurazioni. È un Bing Bang cubico in ∀ Momento (2017), uno sputo di materia trattenuta nell’attimo dell’esplosione, che solletica l’onirico chiamando in causa Kubrick e Lynch. Ed è forse questa l’opera che più di tutte rappresenta il definitivo superamento della tela, considerata insufficiente come mezzo espressivo.

∀ Momento, 2017.

A ben guardare le strutture, si ha la percezione di un confezionamento, di una logicità delle parti in cui ogni singolo segmento si rapporta all’altro. Ma il “confezionamento” delle strutture è solo apparente, c’è in realtà una scossa tremenda e sovversiva, un dato selvaggio che sbatte e sanguina in un reticolo materico. È il trionfo della non oggettività, di strutture proiettate verso un’architettura spaziale – spazio inteso in senso cosmico – dove si aboliscono le convenzioni, la ristrettezza del giudizio fine a se stesso, e si dichiara una nuova poetica frammentaria.

La linea di ricerca di Pecci è complessa, cerebrale. Le attinenze – sul piano teorico – con le Avanguardie del primo Novecento sono innegabili, e nei segmenti di ricerca si può scorgere un punto di contatto. È un tornare all’origine primitiva, un liberarsi delle sovrastrutture sociali per restituire la purezza del dato. I colori antropologici, l’emozione in sé, la proiezione verso l’infinito, la geometria imperfetta.

Dal quadrato al cubo, la sua ontologia è stata sovvertita. Raffaele Pecci è pronto a riscrivere la storia della non figurazione.

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