Gustav Klimt e quell’oro così “fatale”

Il 6 febbraio di 101 anni fa si spegne a Vienna Gustav Klimt, colonna portante dell’arte del ‘900 (e non solo), artista dell’oro e della sensualità fatale.

Per comprendere l’arte del genio austriaco, non si può prescindere dalla base famigliare. Suo padre era infatti un orafo, e le opere di Klimt sono la quintessenza dell’oro, un trionfo come non si vedeva dagli splendori bizantini o dalle tavole dei primitivi italiani. Sua madre era una cantante lirica, e le donne di Klimt sono senza ombra di dubbio delle femme fatale da palcoscenico. Questa doppia valenza sarà determinante per Gustav, nonché per i due fratelli minori, anche loro artisti.

Parlare di Klimt significa parlare di Secessione viennese. In un periodo a cavallo tra la fine dell’800 e il primo ‘900, e cioè in uno dei momenti più fecondi, rivoluzionari e incisivi che il mondo dell’arte abbia mai conosciuto, nasce un nuovo movimento artistico, che produce anche un manifesto di intenti, Ver Sacrum (Primavera Sacra), poi convertito in periodico, con 96 numeri stampati fino al 1903.

La Giuditta di Klimt è il ritratto della femme fatale per antonomasia
Gustav Klimt, Giuditta I, 1901. Olio su tela. Vienna, Belvedere Museum.

Siamo nel 1897 e Klimt, insieme ad altri 19 artisti tra cui Schiele, Moser, l’architetto Otto Wagner, Hoffmann, dichiara la separazione definitiva dal mondo tradizionale rappresentato dall’Accademia delle Belle Arti di Vienna. Attenzione però, perché non si tratta di un rifiuto radicale della produzione artistica del passato, come lo sarà invece per i futuristi.

Si tratta anzi di dare nuova linfa alle arti e ai mestieri, rinnovando la tradizione attraverso un linguaggio figurativo fresco, audace, iconico. Non a caso l’Art Nouveau (nota in Italia come Liberty) recupera alcune suggestioni del Rococò da impiegare negli oggetti di design.

Dopo un inizio come decoratore, Klimt si affranca da certe dipendenze per diventare artista autonomo “da cavalletto”. Matura uno stile personalissimo che gli causa non pochi problemi. Celebre è il caso della decorazione del soffitto dell’aula magna dell’Università di Vienna con la rappresentazione delle tre facoltà: Filosofia, Giurisprudenza e Medicina. Gli accademici rifiutano i lavori perché giudicati scandalosi, provocanti, insomma del tutto fuori luogo.

Ed è qui che si inserisce il cosiddetto “periodo aureo” che ha reso Klimt famoso in tutto il mondo. Si accennava prima ai mosaici bizantini come termine di paragone e non a caso: il viennese infatti si reca ben due volte a Ravenna e l’incontro con i capolavori musivi della città segnano la svolta.

Nascono opere capitali quali Giuditta I (1901), Ritratto di Adele Bloch-Bauer I (1907), Il bacio (1907-08). L’oro travolge ogni angolo di superficie, abbracciando le figure bidimensionali e le forme geometriche un po’ egizie: è un oro che profuma e che addirittura può essere masticato.

Gustav Klimt e quell’oro così fatale. E fatale è la donna, o meglio femme fatale, che egli deriva certamente dalle precedenti suggestioni simboliste di Khnopff o Rops. È una donna sensuale e bellissima ma fortemente ambigua, Satanique, coraggiosa a tal punto da mostrare con fierezza i denti ma dall’intelligenza mostruosa.

A proposito di Adele Bloch-Bauer, è di qualche anno fa il celebre film The woman in gold di Simon Curtis con Helen Mirren che interpreta Maria Altmann, pronipote della musa di Klimt. Narra la storia, realmente accaduta, della restituzione del ritratto e di altre opere dell’artista viennese alla donna americana, di origine ebraica, dopo una lunga vicenda giudiziaria che ha stabilito l’ingiusta detenzione dei quadri da parte del governo austriaco. Il motivo di questo possedimento è da ricercare in una delle tante requisizioni illegali operate dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale. Da vedere.

Il ritratto di Adele Block-Bauer è il trionfo dell'oro e della bellezza femminile
Gustav Klimt, Ritratto di Adele Bloch-Bauer I, 1907. Olio su tela. New York, Neue Galerie.

Con lo scoppio della Grande Guerra e il crollo definitivo della Belle Époque, Klimt vive un momento profondamente travagliato che porta a periodi di inattività. È il preludio di un nuovo processo creativo, definito “maturo”, in cui abbandona le profusioni dell’oro a favore di un cromatismo più vario e acceso e di una espressività più libera.

Fondamentali risultano le influenze dei post impressionisti quali Van Gogh, Lautrec e Matisse, nonché degli espressionisti Schiele e Kokoschka. Nascono La vergine (1912) e La culla (1917-18).

Klimt e l'idea di verginità in un abbraccio di colori, corpi e forme geometriche
Gustav Klimt, La vergine, 1913. Olio su tela. Praga, Národní Galerie.

L’11 gennaio 1918 un ictus interrompe la carriera artistica di Klimt e di lì a poco anche la sua vita.

Occorre infine spendere due parole su un aspetto di cui non tutti sono a conoscenza: la produzione klimtiana ha infatti un importante corpus di paesaggi di straordinaria bellezza. Paesaggi appiattiti, ancor più che bidimensionali, di un effetto straniante reso dall’impiego del cannocchiale utilizzato durante la realizzazione dell’opera en plein air. Su tutti Faggeto I (1902) e Malcesine (1913), quest’ultimo distrutto nell’incendio di Immendorf nel 1945, dove perirono anche le tre Facoltà sopracitate per l’università viennese. Tessere di mosaico che fanno sognare.

Klimt e il paesaggio di un faggeto con tanti alberi
Gustav Klimt, Faggeto I, 1902. Olio su tela. Dresda, Galerie Neue Meister.

La parabola artistica di Klimt è insomma così limpida nelle sue manifestazioni, nelle sue transizioni da infondere una certa sicurezza: Klimt decoratore, Klimt ritrattista, Klimt poeta dell’oro a metà tra Bisanzio e l’Egitto, Klimt paesaggista.

E pochi sono gli artisti che riescono a dare un’impronta così profonda da lasciare un segno nelle generazioni successive: Klimt è uno di questi.

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