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Ferro e marmo: la Centrale Montemartini come ‘Deus ex machina’, letteralmente

L’odore ferroso delle turbine, i marchingegni dentati che ancora scattano. Attività febbrili nell’aria, in un metallico sentimento futurista.

La Centrale Montemartini, sita nel quartiere Ostiense di Roma, oggi secondo polo espositivo dei Musei Capitolini, è una riuscita, anzi perfetta combinazione di archeologia industriale e archeologia classica.

 

Statua di combattente. Copia di originale greco del 460 a.C.. Ritrovamento in Esquilino. Roma, Centrale Montemartini.

 

Visitare la Centrale significa innanzitutto godere di un’esperienza sensoriale. L’odore metallico appunto, il cigolio di scale ed echi elettrici del passato. Il freddo tocco di un marchingegno, infine la vista totalmente appagata.

Correva l’anno 1912, all’epoca governava il sindaco Ernesto Nathan. Il nome scelto per la centrale termoelettrica fu un omaggio alla memoria dell’assessore al tecnologico, professor Giovanni Montemartini, morto nel 1913 durante una seduta del consiglio comunale.

Dopo mezzo secolo di attività, la centrale cessò l’attività nel 1963. Successivamente, l’Acea pensò di recuperare la struttura e le macchine presenti (appartenenti alla ditta Franco Tosi di Legnano).

Il colpo di fortuna arrivò negli anni ’90 quando diversi ambienti dei Musei Capitolini dovettero chiudere al pubblico per importanti interventi di restauro. Si decise allora lo spostamento temporaneo delle opere nella ex centrale. Nel 1997 l’inaugurazione di una mostra dal titolo piuttosto esplicito ed evocativo, ‘Le macchine e gli dei‘.

 

Igea. Replica ispirata a modelli attici della seconda metà del IV sec. a.C. Ritrovamento in Piazza Colonna. Roma, Centrale Montemartini.

 

Dal colpo di fortuna alla scelta coraggiosa, dalla lunga mostra alla nuova configurazione: far dialogare, in maniera permanente, due estremi dell’archeologia.

Visitare il museo significa ripercorrere – in gran parte – la fortunata stagione archeologica romana avviata dopo l’Unità d’Italia (lo fu meno per quanto riguarda il piano di demolizioni di palazzi e interi quartieri).

Nessuna sfera della civiltà romana viene messa da parte: religione, lusso, politica e privato si fondono con il metallo dell’industria contemporanea.

C’è un grado diverso di percezione termica scaturita dal materiale messo a confronto: il freddo del marmo diventa caldo rispetto al glaciale motore di una macchina. Ma potrebbe essere vero anche il contrario.

Dioniso Barbato. Copia di originale greco della seconda metà del IV sec. a.C., attribuibile alla cerchia di Prassitele. Roma, Centrale Montemartini

C’è un religioso silenzio che si trasforma in evocazione di rumori pensati e sentiti nella coscienza. La dolcezza del volto di Augusto si contrappone all’originalità compositiva del Togato Barberini, ma in sottofondo c’è sempre quel ronzio di fabbrica.

Se dapprima il contrasto con l’industria è solo lievemente percepito, la scalata al piano superiore svela un contenuto che dà alla propria presenza un motivo in più di esserci.

Le striature della veste di Artemide sono tubolari di operosità umana, presente e passata; l’Apollo dell’Omphalos, senza arti e senza testa, si infrange contro un tetro e rigido sipario di ferro. 

 

La statua di guerriero, parte di un originale ellenistico di scuola pergamena, raffigurante Achille che sostiene Pentesilea morente, diventa il trionfo dell’uomo sulla macchina, si slaccia delle costrizioni infinitesimali per raggiungere lo stato della grazia e della perfezione fisica e artistica.

Il Dioniso barbato sembra invece un capo macchina burbero e sporco di fuliggine.

Fatale risulta l’incontro con Antinoo, ritratto come Apollo, emblema dell’amore folle che fece impazzire l’imperatore Adriano. Si insinua qui una pausa da tutto il resto, sarà per sensibilità personale, sarà perché la Yourcenar ritorna negli occhi vuoti e nei riccioli di questo giovane ritrovato in via dei Fori Imperiali. Una testolina che spinge ad osservarla da varie angolazioni, finanche di immaginare un bacio proibito.

Antinoo come Apollo. 130-138 d.C., ritrovamento in via dei Fori Imperiali. Roma, Centrale Montemartini.

Si potrebbe certamente dire che la Centrale Montemartini è la concretizzazione dell’espressione ‘Deus ex machina‘, senza sovrastrutture teatrali che ne giustificano l’interpretazione.

Visitarla è concedersi un viaggio nella più felice contaminazione mai vista prima d’ora.

I futuristi cosa avrebbero detto a riguardo?

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