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Branduardi è passato, presente e futuro

Lungo la spianata del Vallone Cupo, un palcoscenico si eleva tra selve, odore di fieno e l’antica Calitri sullo sfondo. 

Una cornice naturale per un concerto unico. 

La discesa nella vallata è una sorta di rito di iniziazione verso qualcosa che si conosce solo in parte. L’attesa, l’aria che si respira, il tramonto nebbioso. 

Quando Angelo Branduardi giunge allo Sponz Fest, si confonde nella macchia umana che lo attende. Attraversa le schiere e si dirige verso il luogo che gli spetta. 

Evento nell’evento, il Maestro e un ensemble di musica antica: passato, presente e futuro.

“Le radici profonde non gelano” dice il Menestrello citando Tolkien. Mai definizione più appropriata per la sua musica, i suoi testi, la sua cultura musicale e culturale. 

Chi non vorrebbe trascorrere un tempo indefinito con Branduardi? A osservare Aironi, tra Sciamani e Dodici lune, come piccoli Apprendisti stregoni. E ti viene voglia di chiamarlo Franklin o Aengus, comunque un nome che è evocazione di storie mitiche e vissute allo stesso tempo. Passato, presente e futuro.

Promette di elevare il nostro spirito a un metro da terra. E ci riesce. Quando afferra il violino e con arcaica movenza lo declina in dieci, cento, mille note emotive. E ti sembra di vedere Händel che cita Monteverdi. 

Sulle sue corde ci si sente frenetici come Il violinista di Dooney o placide creature assopite nel Tempo che verrà.

Lui è musica studiata e suonata, incrociata, sovrapposta, vissuta nelle forme più disparate. Passato, presente e futuro. 

Tra le chitarre di Fabio Valdemarin, le evoluzioni canore e strumentali del suo caro amico Giovannangelo de Gennaro, il liuto di Peppe Frana, il soffio delicato del flauto di Alessandro de Carolis, i tamburi di Peppe Leone. Il minimo che si possa fare per celebrare questo ensemble è citarli. 

Con loro le nostre Confessioni di malandrini, in una cattedrale romanica a danzare sui gradini come dei Santi, o appresso a un funerale rumeno.

Quando cala il sipario, la voce del popolo intona Alla fiera dell’est: una corale dichiarazione d’amore.

Sul fianco del monte si eleva la Luna, nel cuore si comprende L’uso dell’amore

Fou de love



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