A Perugia “L’altra Galleria” si mette in mostra

Il patrimonio culturale italiano, si sa, ha un valore quantitativo e qualitativo immenso. Oltre al visibile, c’è un mondo sconosciuto ai più, relegato per varie ragioni nell’ombra dei depositi. 

Di conseguenza, quando alcuni frammenti di questo mondo incantato possono rivedere la luce e rivendicare un posto nella storia – dell’arte e non – l’occasione diventa unica più che ghiotta.

Ed è quello che ha fatto la Galleria Nazionale dell’Umbria, che di per sé merita una trattazione a parte per la ricchezza inestimabile che essa contiene.

Il progetto espositivo, noto come “L’altra Galleria. Opere dai depositi della Galleria Nazionale dell’Umbria“, in programma fino al 6 gennaio 2019 presso il Palazzo dei Priori di Perugia, rivendica innanzitutto ragioni di studio.

Osservare, comprendere, decifrare il sommerso consente di stabilire un ordine nel confuso mondo dell’arte. Soprattutto si eleva a voce dei cosiddetti “minori”, siano essi artisti o opere (o entrambe le cose). 

Il direttore della Galleria Nazionale dell’Umbria, Marco Pierini, nella veste di curatore della mostra, ha accettato la sfida di riesumare i tanti “Lazzaro” latitanti nei depositi del complesso monumentale. Una selezione raffinata di opere, alcune di esse restaurate per l’occasione, che rappresentano il cuore pulsante, intensamente spirituale, dell’arte umbra, cioè quella che abbraccia i secoli d’oro che vanno dal Duecento al Cinquecento. 

Una mostra per studiosi, certo, ma anche per curiosi, per i non addetti ai lavori, che si lasciano guidare da un poderoso percorso cronologico che mette subito in evidenza tematiche ed evoluzioni del linguaggio figurativo che fu di Meo da Siena, Benvenuto di Giovanni, Bartolomeo Caporali, il Perugino, Dono Doni, per citarne qualcuno.

Pentittico con al centro la Madonna con il Bambino, a sinistra San Giovanni Evangelista e San Giovanni Battista; a destra Sant’Ercolano e forse Sant’Andrea. Tempera e oro su tavola, secondo quarto del XIV secolo.

Un viaggio che si traduce anche nella ricerca dei dettagli, delle sfumature del colore, del simbolismo religioso. Ci sono echi che provengono da lontano, di impronta bizantina ma che già guarda al linguaggio latino della Chiesa di Roma. Come il Pentittico con Madonna e Santi del secondo quarto del XIV secolo, dove le reminiscenze di Duccio si mescolano alla lezione più aggiornata di Pietro Lorenzetti. 

Il latino che guarda al volgare, nel senso strettamente letterario, è invece presente nei cartigli degli Angeli con strumenti della Passione, opera raffinata di Benedetto Bonfigli e bottega risalente alla seconda metà del XV secolo.

Benedetto Bonfigli e bottega, Angeli con strumenti della passione. Tempera e oro su tavola, seconda metà del XV secolo.

E che altro aggiungere sui frammenti della Pala dei Cacciatori eseguita nel 1487 da Bartolomeo Caporali, dove le teste chine della rossa Maddalena e dell’angelo inducono ad una riflessione di intensità spirituale e di silenzi che vincono il tempo e lo spazio. Una bellezza eterea che si ricollega al giovane e imberbe Cristo coronato di spine del Fungai: un’iconografia quasi unica per un tempo ormai abituato al Salvatore barbuto e più avanti con gli anni.

Bartolomeo Caporali, Maria Maddalena e Angelo, frammenti di pala d’altare (Pala dei Cacciatori). Tempera e oro su tavola, 1487.
Bernardino Fungai, Cristo coronato di spine. Tempera e oro su tavola,1495-1505 circa.

Ma si diceva che sono soprattutto i dettagli a intrigare. Come il diavoletto incatenato dall’espressione birbante e compiaciuta che spunta ai piedi della Pala delle monache di Santa Giuliana, realizzata da Domenico Alfani nel 1532. O ancora la foggia pregiata e e il decorativismo virtuoso di Bernardino Mariotto nella Pala degli Olivetani, dell’anno successivo, che testimonia un altro tema ricorrente della mostra: la potenza del colore.

Volti incredibilmente realistici si scorgono nella folla della Disputa sull’Immacolata Concezione, realizzata da Valerio Aretino verso la fine del Cinquecento. Attribuzione peraltro sofferta ma che si delinea per i suoi spunti nordici e barocchi, con i visi dei giovani rappresentati più per spirito di bellezza celebrativa che per intento programmatico. 

Valerio Aretino, Disputa sull’Immacolata Concezione (part.). Olio su tavola, ottavo-nono decennio del XVI secolo.

E il viaggio si conclude con una deliziosa tavoletta di Cesare Nebbia, che raffigura Re David penitente nelle sembianze di un monarca celtico, un re Artù fiabesco e leggendario, che ricorderà le atmosfere gotiche care al Settecento.

Cesare Nebbia, Re David penitente di fronte all’angelo flagellatore. Olio su tavola,1590-1600.

Perché non basta impregnarsi di opere somme e assolute: per conoscere lo straordinario panorama artistico italiano (e non solo) bisogna toccare con mano quell’altro mondo, ancora più denso e intricato, che finalmente e grazie alla lungimiranza di qualcuno, sta richiamando la nostra coscienza.

Per info: www.gallerianazionaledellumbria.it

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