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Il Museo Andersen a Roma è qualcosa che non ti aspetti

Vale la pena uscire dai soliti giri turistico-culturali per scoprire nicchie di arte sconosciute o considerate erroneamente poco attraenti.

È il caso del Museo Hendrik Christian Andersen sito nel quartiere Flaminio, a Roma.

Una casa-museo, per essere più precisi. Sì perché lo statunitense (ma di sangue norvegese) Hendrik Christian Andersen se la fece costruire tra il 1922 e il 1925 su un progetto disegnato da lui stesso. Dopo viaggi di studio in Europa, Roma è diventata la sua casa definitiva e anche la sua tomba (è seppellito al museo acattolico della capitale).

Pittore, scultore e urbanista, il suo nome rimanda all’idea utopistica della ‘Città-Mondiale’, punto di arrivo di una serie di riflessioni maturate assieme all’architetto Ernest Hébrard e confluite nel tomo ‘A World Center of communication‘.

La casa-studio è insomma la materializzazione del pensiero di Andersen. L’ispirazione parla attraverso il palazzotto neorinascimentale e neoclassico (soprattutto gli interni), con annesso studio di lavoro stracolmo di statue e bozzetti, mentre il piano superiore è un concedersi all’intimità del privato, tra mobili, stanze e qualche dipinto.

Il colpo d’occhio è assicurato tuttavia nelle ‘Sale delle statue’ al piano terra. Ciclopici esseri in gesso e bronzo mostrano tutta la loro tensione muscolare e il loro protendersi verso un ideale in cui l’arte è la sola a poter garantire pace e armonia.

Arte come forza vitale, come fonte di conoscenza, come strumento per raggiungere la perfezione. E allora ecco che le numerose piante della capitale mondiale si riempiono di giardini, monumenti svettanti, corsi viari e acquatici, figure virili che guardano alla classicità e al mito.

Andersen è insomma figlio di quella corrente architettonica rivoluzionaria che durante il Neoclassicismo si esprimeva attraverso Ledoux, Boullée e Soane. Grandi edifici per grandi servigi sociali. Naturalmente molti di quei progetti, inclusi quelli di Andersen, restarono solo su carta ma quella spinta utopistica produsse comunque risultati concreti, pur con delle profonde rivisitazioni, come il razionalismo del Bauhaus.

Vittorie, allegorie, personificazioni dell’amore e della vita, affetti familiari prestati al sacro compito dell’arte. Girando tra le sculture si ha l’impressione che è ancora tutto in movimento, in elaborazione teorica e pratica, e che da un momento all’altro arriverà Andersen (magari in compagnia di Henry James) per proseguire il lavoro.

Nel silenzio di un museo sconosciuto, si respira l’aria dell’ispirazione febbricitante, si avverte quel dinamismo di pensiero tra le zampe possenti dei cavalli impennati e gli slanci di donne e bambini verso un orizzonte indefinito.

Un vorticoso pensiero che conosce momenti di pacatezza quando al piano superiore, dopo aver costeggiato l’elegante ascensore in legno e ferro battuto, le stanze e lo splendido salone con finestre ad arco sanno essere contenitori e stimolatori dell’essere poetico.

Al Polo Museale del Lazio, gestore del museo, si suggerisce una maggiore cura per quanto riguarda le didascalie e l’inserimento di elementi che per quanto funzionali risultano antiestetici e decontestualizzati (come i ventilatori a piantana).

Il Museo Andersen è insomma una piacevole quanto inaspettata scoperta.

Di seguito una serie di immagini scattate durante la visita.

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