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Roma: la stazione di ‘San Giovanni’ è un viaggio in verticale dove il tempo non si è fermato

A ‘San Giovanni’, stazione archeologica della Metro C di Roma, il viaggio nel tempo è in verticale, per amore della stratigrafia.

Inaugurata lo scorso maggio e considerata opera strategica per l’interscambio con l’omonima stazione della linea A, racchiude una serie di suggestioni d’avanguardia, per la geniale idea di esporre tra scale mobili e corridoi, i reperti archeologici rinvenuti in loco.

Di tutte le fermate della Metro C realizzate finora, questa ha rappresentato senza ombra di dubbio la sfida più avvincente. Oltre 20 metri di depositi antropici su una superficie complessiva di quasi 3.000 mq, un’area che ha raccontato qualcosa in più su quel suburbio di Roma per molti aspetti ancora sconosciuto.

Perciò, ventisette metri sotto terra si traducono in una profondità storica di prim’ordine.

Come il bacino idrico più grande dell’età imperiale, che raccoglieva l’acqua del fiume Acqua Crabra – oggi scomparso – per irrigare i campi attraverso un complesso sistema idraulico. Terreni adibiti a frutteti, soprattutto pescheti, come dimostra il rinvenimento dei noccioli del frutto ed esposti in stazione. Questo bacino, scoperto nel 2012 e riprodotto sul pavimento della stazione, era talmente funzionale che Rossella Rea, Soprintendente speciale per i Beni archeologici di Roma, ha parlato di “prima grande azienda agricola” della città.

Il progetto dell’allestimento espositivo è stato sviluppato da Metro C ScpA accogliendo le prescrizioni del Ministero dei Beni e della Attività culturali e del Turismo – Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Lazio e ratificate dalla Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma. La redazione del progetto è stata affidata al Dipartimento di Architettura e Progetto dell’Università di Roma ‘La Sapienza’.

Lungo le pareti ascensionali, il dato stratigrafico si snoda proiettando date ed eventi storici, una storia romana che dalle viscere della terra (e della preistoria) arriva sino all’Ottocento.

Nell’andirivieni di centinaia di migliaia di passeggeri, i volti della signora stanca, del violista del conservatorio, della suora in meditazione, si riflettono sui profili di satiri e menadi, si perdono nei luccichii delle monete, le voci riecheggiano nelle tubature delle condotte e nelle anfore.

C’è un processo di assimilazione spontanea, involontaria, di recupero di un’identità che se non viene razionalmente analizzata lascia comunque un segno nel sistema sensoriale.

Organismi e organici, una biologia archeologica che abbraccia l’evoluzione della specie.

È una storia che non cessa la sua scrittura, che parla attraverso il linguaggio della mobilità – verticale e orizzontale.

Un esempio di patrimonio culturale pubblico e non relegato. Un’operazione che ha il beneficio di non pretendere, di non stancare. Se il museo contestualizza il tempo, nella frenesia della stazione regna invece il continuum.

È tutto qui, svelato nella sua originaria conformazione.

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