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‘Chiamami col tuo nome’ è un film poetico sull’attesa

È un viaggio afrodisiaco quello che ci propone il grande regista Luca Guadagnino.

Un viaggio nell’arte, nella musica, nella cocente estate anni ’80.

Chiamami col tuo nome‘ è un film poetico sull’attesa. L’attesa per un cuore che scalpita, per una piega del viso interpretata secondo coscienza, quell’attesa che afferra lo stomaco e si arrampica su per i capelli.

La storia tratta dall’omonimo libro di André Aciman, e che nella sua versione cinematografica si è aggiudicata l’Oscar per la migliore sceneggiatura non originale scritta da James Ivory (su un totale di quattro nomination), è un nitido affresco sull’amore.

Un amore che si condensa nella dimensione propria del Bello. Non è un caso che il regista abbia voluto inserire come pilastri la grande musica (Bach, Satie, Ravel) e l’arte classica: due massimi sistemi. C’è un’estetica dalla quale il sentimento non sfugge. Fisica e metafisica, l’eterna giovinezza di una dolce estate prima o poi destinata a corrompersi.

L’attrazione tra il dottorando americano Oliver (interpretato da Armie Hammer) e il giovane Elio Perlman (Timothée Chalamet) non conosce rischio, contaminazione. Tutto è lasciato alla libertà di progredire, naturalmente e intimamente, in una implicita complicità familiare (o forse esplicita nel caso del padre di Elio, interpretato da Michael Stuhlbarg).

Si respira l’odore del gelsomino notturno di pascoliana memoria, di erotismo religioso e barocco. Ogni fermo immagine diventa archetipo da rielaborare e preservare nella coscienza.

E vale la pena visitare Sirmione, dove aleggia un classicismo greco-romano attuale ed eterno: tra una distesa di ulivi, un lago blu come l’Egeo e le costruzioni catulliane, si ritorna ad essere eidos e phanoimenon.

Tutto questo in una cornice musicale di grande emozione, con Sufjan Stevens che dialoga con la classica, la Bertè e Moroder.

La famosa scena della pesca in realtà è un omaggio alla luce incidente del Caravaggio che fa sembrare Elio un Mario Minniti (con frutta annessa).

In fondo siamo tutti Elio, nella sua schiena inarcata (al pianoforte o sul letto di Oliver), nell’orologio che segna – ancora una volta – la poesia dell’attesa, nel trambusto dell’ambiguità che non necessita una definizione di genere e/o orientamento.

E infine nella conversazione con il tepore del camino, in cui la rivelazione della più grande paura si scioglie sotto il crepitio di un lungo inverno.

Ed è di nuovo attesa.

Hic et nunc allora, perché tutto il resto è caducità.

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