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San Giovanni Battista, il Leonardo dei misteri e Freud

Quando si parla di Leonardo il mistero è sempre dietro l’angolo.

Considerato tra i suoi ultimi dipinti, il ‘San Giovanni Battista‘, oggi al Louvre, mette a dura prova studiosi e ricercatori circa la datazione: 1508-1513 sembrerebbe il periodo più probabile, qualcuno si spinge al 1516.

Neppure la committenza è ben chiara. Leonardo avrebbe eseguito il dipinto a Firenze su richiesta di Giovanni Benci, amico di Leonardo e fratello della famosa Ginevra ritratta dal maestro tra il 1475 e il 1480.

La confusione informativa è sostenuta dall’assenza di documenti legati al dipinto. È però indubbia la sua presenza al castello di Cloux, come dimostra la descrizione fatta dal segretario del cardinale Luigi d’Aragona, tale Antonio de Beatis, che lo annovera tra le opere che Leonardo aveva con sé, tra cui la ‘Sant’Anna‘ del Louvre.

Ma prima di approdare in Francia, dove morì nel 1519 al cospetto del re Francesco I, Leonardo soggiornò a Roma, sotto la protezione di Giuliano de’ Medici, fratello di Giovanni, da poco salito al soglio pontificio con il nome di Leone X.

Qui si aprono ulteriori strade interpretative che vedono nel nome di battesimo del papa, nonché nelle influenze su Raffaello, un collegamento altamente suggestivo.

Col San Giovanni Leonardo porta agli estremi le ricerche sullo sfumato: i contorni si perdono nell’ombra, i colori si assottigliano fino ad abbracciare una tendenza monocromatica.

Il ‘Precursore di Cristo’ emerge dal fondo scuro come fonte luminosa svincolata dal contesto: ma egli non è luce in sé, piuttosto testimonianza della luce divina. Se si osserva il Ritratto di Leone X con i cardinali Giulio de’ Medici e Luigi de’ Rossi, eseguito da Raffaello tra il 1517 e il 1518 e oggi conservato agli Uffizi, si nota il rimando al tema della testimonianza di luce: il papa – Giovanni di nascita, per l’appunto – è egli stesso testimone di Dio sulla terra. Inoltre, la Bibbia aperta e poggiata sul tavolo rosso reca i primi versi del Vangelo di Giovanni. Leonardo avrebbe dunque fornito a Raffaello e alla sua cerchia, tra cui Giulio Romano, una teoria che sarebbe stata poi tematizzata in numerosi dipinti (per un approfondimento si consiglia Frank Zöllner).

Raffaello, Ritratto di Leone X con i cardinali Giuliano de’ Medici e Luigi de’ Rossi (1518). Firenze, Galleria Palatina.

Tornando all’opera leonardesca, il gesto del dito indice rivolto verso la croce e il cielo – un invito alla riflessione sulla prossima venuta di Cristo come salvatore dell’umanità – è già diffuso nella tradizione fiorentina di fine ‘400 (ad es. il Ghirlandaio in Santa Maria Novella a Firenze).

Il restauro eseguito nel 2016 ha consentito di rimuovere almeno 15 strati di vernice dei precedenti restauri, facendo emergere chiaramente i capelli e la pelle di montone indossata dal santo, ma anche una rinnovata e matura dolcezza espressiva.

Il volto del San Giovanni sarebbe quello di Gian Giacomo Caprotti, detto il Salaì, pittore e allievo prediletto di Leonardo. Volto che ritorna in disegni e opere successive, tra cui il Giovanni Battista come Bacco realizzato dalla bottega leonardesca.

A ben guardare il dipinto, e in particolare il viso del santo, si prova la sensazione di essere di fronte ad un enigma senza soluzione. L’ambiguità leonardesca, già presente in altre sue opere, con quei sorrisi a metà tra seduzione e perdizione, spinge l’osservatore a scomodare l’inconscio, la dimensione onirica, il passaggio verso territori della mente inesplorati.

Si parla di inconscio ed è bene ricordare che lo stesso Freud ebbe premura di fornire alcune considerazioni sull’artista toscano, a partire dal ricordo d’infanzia che Leonardo riportò nel suo Codice Atlantico, secondo cui un nibbio avrebbe inserito la coda nella sua bocca. Fu questo lo spunto per ricostruire, secondo l’indagine psicoanalitica, la personalità dell’artista, costituita da una omosessualità latente. Un’omosessualità che ha affascinato studiosi di ogni epoca, arrivando persino a ribaltare invece il ‘segreto’ freudiano: Leonardo non rinunciò mai alla sua vita omosessuale, ne sono convinti gli storici dell’arte Kenneth Clark e Michael White. 

Bottega di Leonardo, L’angelo incarnato (1515 circa). Parigi, Museo del Louvre.

E il Salaì dovette occupare certamente la mente di Leonardo, tant’è che lui stesso lo cita in varie occasioni, tant’è che il suo volto appare e riappare in numerosi disegni e dipinti, tra cui l’erotico Angelo incarnato, con seni vistosi e un membro in erezione, forse eseguito da entrambi, forse uno scherzo di qualche allievo.

C’è dunque in Leonardo un’androginia senza tempo, una femminilità incarnata nel sesso maschile che preannuncia ‘altro’, ma cosa non è dato saperlo.

La sensazione universale è che sì, c’è un mistero, anche inquietante, ma che non è dato conoscere la sua connotazione.

Leonardo sfida con i suoi simbolismi, reinterpreta il dato anatomico in chiave puramente simbolica. Si serve del suo genio per dei divertissement che si residuano nella coscienza di chi guarda. E da questa coscienza si sviluppa un mondo carico di suggestioni intricate.

Leonardo è Leonardo proprio per questo. E lui ne era consapevole.

 

Leonardo da Vinci, San Giovanni Battista (1508-1513). Parigi, Museo del Louvre.

 

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