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Del Barocco e delle nuvole

In principio era Aristofane e un pensatore in una cesta.

A ciascuna epoca le sue nuvole: fumose, evanescenti, minacciose, consistenti.

Un ammasso di vapore che sottintende più di una naturale manifestazione atmosferica.

Nel mosaico di Santa Pudenziana a Roma le variopinte striature hanno un fascino parusiaco, in Mantegna sono classiche, senza ombra di dubbio. Leonardo si perde nelle ricerche sulla foschia che rende tutto ciò che è distante blu. Con la rivoluzione industriale le nuvole si fanno sovraccariche di polvere ed elettricità, Goya le rende malefiche, Turner schizofreniche.

Constable ci fa l’amore, Magritte le sogna.

Poi c’è il Manierismo, e quindi il Barocco.

Nuvole di spessore, religioso e morale, nuvole verticali o a spirale. Nuvole propriamente dette.

Durante un viaggio nella piana pugliese scrutavo i cumulonembi, pensavo ad un amore perduto e al sublime teorizzato da Burke.

Di tutte le epoche artistiche, il Barocco è stata quella che ho assimilato con maggiore ritardo. Ma da quella traversata in auto ho compreso che mai un cielo così bello e gravido, così reale e preveggente, sia mai stato dipinto all’infuori del Barocco.

Le avvisaglie – e che avvisaglie – sono già mature nel manierista Correggio. Su tutte la cupola del Duomo di Parma: in un vorticoso movimento ascensionale la Vergine scavalca – non senza difficoltà – nubi e teorie di angeli per essere accolta in ultimo nella sacra luce dell’Eterno. C’è odore di umidità e un’attesa di temporale che spinge a coprirsi le orecchie.

Correggio, L’Assunzione della Vergine (1524-30). Parma, Duomo.

Certo non ha bisogno di espedienti per rappresentare l’accoppiamento tra Giove, signore degli dei (e delle nuvole), e la bella Io.

Correggio, Giove e Io (1532-33). Kunsthistorisches Museum, Vienna.

Anzi, nel dipinto custodito al Kunsthistorisches Museum di Vienna e datato 1532-33 (probabilmente l’ultima opera del Correggio), l’espediente se lo procura il dio stesso per raggirare la moglie. Decide di sedurre la sacerdotessa di Era sotto forma di nuvola colma di pioggia dorata e umori sensuali. È il culmine della ricerca su un fenomeno che il maestro aveva iniziato già in San Giovanni a Parma. Qui, l’evanescenza si fa sesso e poesia.

Classicista e barocco – perché le due correnti non sono in contrapposizione – Guido Reni spinge le sue nuvole in un clima da Controriforma. La Crocifissione della Pinacoteca di Bologna, eseguita nel 1619, ha il sapore di una visita dolente al santuario, del timore di una fine dei tempi prossima e inevitabile. Le nuvole non parlano ma sentenziano. Sono squarci di penombra che inquietano all’ora di punta.

Se le nuvole di Correggio ricordano i Concerti Brandeburghesi di Bach, le atmosfere di Reni si attestano su un requiem senza soluzione.

Guido Reni, Gesù Cristo Crocifisso, la Vergine Addolorata, Santa Maria Maddalena e San Giovanni (1619). Pinacoteca Nazionale, Bologna.

Tra il Barocco e il Rococò, Giambattista Tiepolo non perde occasione per inserire una nuvola in una sua opera, che sia un paesaggio, un ritratto, un martirio. Nel Trionfo di Zefiro e Flora (1734-45) in Ca’ Rezzonico a Venezia, le nuvole sono struttura portante ed evoluzione: dal grigio scuro al bianco sporco di giallo, fino a perdersi nel celeste di un cielo in continuo movimento.

Giambattista Tiepolo, Trionfo di Zefiro e Flora (1734-35). Ca’ Rezzonico, Venezia.

E a proposito di Rococò, Fragonard si serve delle nuvole per uno scambio di battute maliziose, sensuali, libertine, come in L’altalena (1767), dove la stessa protagonista sembra una massa di panna nebulosa.

Jean-Honoré Fragonard, L’altalena (1767). Wallace Collection, Londra.

Al prossimo passaggio di nuvole scrivo una nuova storia: Del Barocco e delle nuvole, ovvero la perturbazione del reale.

 

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